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L'attraente sconosciuto dell'ascensore

Michelle Ferrario · Richard Visconti
Parte 1

Oggi ho il colloquio.

Dopo tanto tempo, dopo mesi di curriculum mandati nel vuoto e di telefoni che non squillavano mai, ce l'ho fatta.

La Nexius Model, una delle aziende più grandi di Milano, vuole incontrarmi.

Cercano una manager per il reparto moda.

Il mio sogno, da quando ero bambina.

· · ·

Ieri sera non riuscivo ad addormentarmi.

L'ansia mi stringeva lo stomaco, e alla fine ho messo l'armadio sottosopra.

Il vestito doveva essere perfetto.

Non troppo corto… ma neanche troppo lungo, non attillato… ma neanche largo.

Insomma, doveva valorizzarmi le curve, ma senza farmi sembrare una ragazza di strada.

Vestiti sul letto, sulla sedia, per terra.

Mi sono provata tutto davanti allo specchio: girata di fianco, pancia in dentro, di nuovo di fronte.

Niente andava bene.

Dopo ore, la scelta: un tubino blu notte, vintage. Era di mia mamma.

Non l'avevo mai indossato: l'avevo fatto stringere e poi era rimasto lì, appeso, ad aspettare l'occasione giusta.

L'ho infilato e mi sono guardata. Mi stava a pennello.

Per un attimo non mi sono riconosciuta, sembravo una che ce l'ha già fatta.

Ci ho abbinato la borsa e i miei tacchi preferiti.

Sono persino andata dal parrucchiere a farmi la piega.

Tutto doveva essere impeccabile. Tutto.

· · ·

Drin drin.

Drin drin.

Le 7:00.

La sveglia mi trapana la testa: ieri sera ho fatto tardissimo per preparare tutto alla perfezione.

Allungo un braccio e la spengo.

Altri cinque minuti, solo cinque, poi mi alzo.

Apro gli occhi.

La luce nella stanza è diversa, troppo chiara.

Prendo il telefono.

7:30.

Il cuore mi si ferma.

No. No, no, no.

La Nexius è dall'altra parte della città, e a quest'ora Milano è una fila infinita di macchine ferme.

Non ce la farò mai.

Mi butto giù dal letto e corro in bagno, acqua fredda in faccia.

Sul lavandino, in fila, ci sono tutte le creme che avevo preparato ieri sera. Sono lì e mi guardano.

Non c'è tempo.

Mascara, correttore, gel sulle sopracciglia, una passata di bronzer.

Basta così.

Tutto quello che avevo pianificato sta andando a rotoli.

Afferro la borsa, infilo le scarpe saltellando su un piede solo e mi chiudo la porta di casa alle spalle.

· · ·

Fermo il primo taxi che vedo, sbracciandomi come una disperata.

«Viale della Liberazione, per favore.»

«Certo, signorina.»

«La prego, faccia presto, sono tremendamente in ritardo.»

Mi lascio andare contro il sedile e finalmente respiro.

Ce la posso fare, ce la posso ancora fare.

Poi mi si gela il sangue.

La penna.

Nell'email c'era scritto chiaro: ognuno doveva portare una penna sua per firmare all'ingresso.

E io l'ho dimenticata.

Dannazione.

«Si fermi! Mi scusi, può fermarsi un attimo?»

«Mi dica.»

Guardo l'ora sul telefono: 7:58.

L'appuntamento è alle 8:10, non posso tornare indietro.

«No, niente. Mi scusi, vada pure.»

Che casino.

· · ·

8:12.

Il taxi inchioda davanti al palazzo, io scendo e corro.

Corro come non ho mai corso in vita mia, sui tacchi.

E poi succede.

Il tacco si infila dritto nella grata di un tombino.

La caviglia si piega, il mondo si inclina, il marciapiede mi viene incontro…

Una mano mi afferra il braccio, forte, sicura.

Non cado.

Mi giro di scatto, con il cuore in gola.

«Grazie! Mi scusi, che sbadata… devo proprio scappare, sono così in ritardo.»

«Sta bene? Si è fatta male?»

«Sto bene, sì, sì!»

Libero il tacco con uno strattone e me ne vado, senza nemmeno guardarlo in faccia.

· · ·

Davanti all'ascensore premo il pulsante.

Una volta, due, dieci, come se servisse a qualcosa.

Il numero sul display scende con una lentezza crudele.

10… 9… 8… e si ferma.

Poi riparte, ma al contrario.

8… 9… e si ferma di nuovo.

Penso alle scale, ma devo arrivare al dodicesimo piano, e ho i tacchi.

Sono nel panico.

Sento una goccia di sudore che mi scende lungo la schiena, sotto il vestito.

Poi, accanto a me, arriva un uomo.

Ha una tessera in mano, la passa davanti all'ascensore di fianco, quello con la targhetta «Riservato al personale».

Le porte si aprono subito.

Si gira verso di me.

«Deve salire?»

«Sì! Dodicesimo piano, per favore.»

Entro, le porte si chiudono.

E solo adesso lo guardo davvero.

È l'uomo di prima, quello che mi ha impedito di cadere.

«Oh… ma tu sei quello di prima! Sì, sei proprio tu!» Mi scappa una risata nervosa. «Che coincidenza. Scusami, prima non ti ho nemmeno ringraziato, ma ho un appuntamento con il signor Visconti…»

Lui sorride, appena.

«…e tutti dicono che è un uomo freddissimo, puntualissimo, quasi meschino. E io non solo sono in ritardo: ho pure dimenticato la penna. Non so perché sono così sbadata.»

Lui non dice una parola.

Apre lo zaino, tira fuori una penna e me la porge.

«Oddio, grazie. Grazie davvero, non so cosa dire. Mi hai salvata, non so proprio come ringraziart…»

Din.

Le porte si aprono, corro dritta in segreteria a firmare.

· · ·

«Salve, mi scusi, sono un po' in ritardo, ma purtroppo il taxi ha fatto tard…»

La signora dietro la scrivania alza lo sguardo.

Ma non guarda me: guarda qualcuno alle mie spalle.

Lui.

«Buongiorno, signor Visconti. Ha fatto un po' tardi, quest'oggi?»

Era lui, l'uomo dell'ascensore.

Mi giro piano, pietrificata, non posso crederci.

Che figura.

Ho dato del freddo e del meschino all'uomo che ha in mano il mio futuro.

In faccia, ridendo.

«Sì, c'era un po' di traffico» risponde lui.

E intanto guarda me.

Non riesco a reggere il suo sguardo.

Abbasso gli occhi sulle scarpe, sul tacco graffiato dal tombino.

«Quanto a lei, signorina…» la segretaria scorre la lista, «…Ferrario. Si accomodi in sala d'attesa. È la nona a entrare.»

«Sì, certo… vado subito.»

E naturalmente, perché oggi tutto deve andare storto, il corridoio per la sala d'attesa è lo stesso che porta all'ufficio del signor Visconti.

Cammino a testa bassa, due passi dietro di lui.

Mi faccio coraggio e sussurro: «Mi scusi, non sapevo che fosse le…»

Lui entra nel suo ufficio.

La porta sbatte.

· · ·

Mi siedo.

Intorno a me ci sono altre ragazze, tutte più giovani di me, vestite meglio, più preparate.

Ognuna stringe forte tra le mani il proprio curriculum, come un salvagente.

Mi guardo il vestito.

E di colpo mi sembra solo un capo retrò di pessimo gusto, messo a nuovo.

Entra la prima.

Passa mezz'ora, esce sconsolata, a testa bassa.

Entra la seconda.

Dieci minuti, non di più. Esce sbattendo la porta, rossa di rabbia.

Entra la terza.

Un'altra mezz'ora. Quando esce si ferma, ci guarda una per una e dice: «Non lavorerò mai per una persona del genere.»

Poi la quarta, la quinta.

Entrano ed escono, e io smetto di contarle.

Tutte escono con la stessa faccia.

Ormai mi sembra che sia tutto deciso.

Guardo il telefono: 11:52.

«Signorina Ferrario. Tocca a lei.»

Mi alzo di scatto.

Mi tiro giù il vestito, mi sistemo i capelli, raddrizzo la schiena.

Un respiro profondo.

Afferro la maniglia.

Entro.

Lui è lì.

Fine della parte 1
Riprendi da qui
Parte 2

Afferro la maniglia, faccio un passo e chiudo la porta dietro di me.

Lo guardo.

Lui mi guarda dritto negli occhi.

Dietro di lui c'è una vetrata enorme, con tutta Milano lì sotto, piccola.

E lui seduto davanti, immobile.

Prima non me n'ero accorta, andavo troppo di fretta.

Ma è un uomo affascinante. Molto.

Mi siedo sulla sedia davanti alla scrivania, accavallo le gambe e gli porgo il mio curriculum.

Lui non lo prende.

Mi guarda con quegli occhi di ghiaccio, senza fiatare.

Il silenzio rimbomba nella stanza.

Sento il ticchettio di un orologio che prima non avevo sentito.

Riesco a contare i battiti del mio cuore.

Forse dovrei cominciare io?

Gli porgo di nuovo il curriculum.

«Allora… sono Michelle Ferrario, ho trentatré anni, ho frequentato la…»

«Non ti ho detto di parlare.»

Mi blocco con il foglio a mezz'aria.

«Dimmi un po'. Quali sono i tuoi interessi?»

«I miei… interessi?»

«I tuoi interessi.»

«Beh… mi piace molto ballare, sì. Ho fatto danza classica da piccola. Molto piccola.»

«Tutto qui?»

«Certo che no. Amo informarmi, prendermi cura di me, fare attività fisica…»

«Di' la verità.»

Mi sento arrossire fino alle orecchie.

Davanti a quegli occhi, le risposte preparate non funzionano.

«Okay. Beh… non so.

Mi piace stare a casa quando fuori piove, sotto le coperte, a guardare un film con il mio cane.

Oppure passeggiare da sola la mattina, nel parco sotto casa, e portarlo a spasso.

E mi piace girare migliaia e migliaia di siti a cercare borse di marca da comprare. Quello lo adoro.»

Mi scappa una risatina, me ne pento subito.

Ma lui, per un attimo, accenna un sorriso.

«E dimmi un po'. Da dove vieni, che oggi hai fatto così tardi?»

«Veramente abito vicino a Parco Sempione.»

«Ma è a un quarto d'ora da qui.»

«Lo so, ma stamattina c'era tantissimo traffico.»

Si appoggia allo schienale.

«Michelle, abbiamo fatto la stessa strada. Io abito a due minuti da te, e ti assicuro che traffico non ce n'era.

Ti sembra il modo di presentarti a un colloquio?»

Alla segretaria l'ha detto anche lui, che c'era traffico. Ma non ho il coraggio di farglielo notare.

«Lo so… è che volevo che fosse tutto perfetto. Mi preparo da ieri sera, ma stamattina, quando è suonata la sveglia, non mi sono alzata. Ero stanca, sono rimasta altri cinque minuti a letto e…»

«Basta parlare.»

Mi zittisco.

«E dimmi un po'… stato civile?»

«Nubile? Cioè… single. Non so.»

«Figli in programma?»

«Sì, ma non adesso.»

«Vivi da sola?»

«Sì. Io e il mio cane, Jack.»

«Capisco.»

Mi guarda in un modo che non ho mai visto prima, uno sguardo che ti entra dentro e ti gela.

Non so cosa fare, non so nemmeno dove mettere le mani.

Si alza dalla sedia, comincia a camminare per la stanza.

È altissimo, un metro e novanta, almeno.

E devo essere sincera: è un uomo affascinante da togliere il fiato.

Fa un giro intorno alla scrivania.

Poi un altro passo.

E un altro ancora.

Si avvicina sempre di più alla mia sedia.

Parte 3

Si avvicina sempre di più alla mia sedia, lento.

Non posso negarlo: ho le farfalle nello stomaco.

Sembra l'uomo perfetto: bello, alto, ricco, seducente.

E soprattutto lo sa.

Non ho mai incontrato un uomo così.

«Perché hai fatto il colloquio per questo lavoro?»

Mi aggrappo alla domanda come a uno scoglio: questa almeno la so.

«Ho studiato all'Istituto Marangoni, e lavorare nella moda è sempre stato il mio sogno. Fin da piccola.

Guardavo le sfilate della Fashion Week, tutti quegli abiti, quelle modelle bellissime… e restavo a bocca aperta.

E questo annuncio era l'unico nel settore moda. Insomma, era perfetto per me.»

«Ah, sì? E perché non hai fatto la modella, piuttosto?»

Mi scappa una risata.

«Sono alta, questo non lo nego… Ma io? Modella? No, per favore.

Sono timida. E poi non sono mica così sofisticata, così femminile come loro.»

«Beh, con questo vestitino lo sembri.»

Il vestito, quello che un'ora fa, in sala d'attesa, mi faceva vergognare.

Riprende a camminare, lento.

Mi passa di fianco, poi alle spalle.

Non lo vedo più, ma lo sento. Sento ogni passo sulla moquette.

Si ferma dietro la mia sedia.

Si china appena.

E mi sussurra all'orecchio:

«Adesso puoi ridarmi la mia penna?»

Giro un po' la testa verso di lui.

È vicinissimo.

Sento il suo respiro sul collo, e un brivido mi scende lungo la schiena fino in fondo.

Ha un profumo intenso, così maschile da farmi girare la testa.

«Sì… certo.»

La voce mi esce più piano di quanto vorrei.

Apro la borsa, le mani mi tremano, la penna mi sfugge, la ritrovo.

Gliela porgo.

Lui la prende.

E nel prenderla mi sfiora le dita.

Un secondo, forse meno.

Ma lo sento ovunque.

Non si allontana.

È ancora lì, così vicino che se mi girassi del tutto le nostre labbra quasi si sfiorerebbero.

Trattengo il respiro.

Porta una mano al taschino della giacca.

Sfila un biglietto.

E me lo porge.

Parte 4

Un rumore di tacchi nel corridoio.

Si avvicina, forte, deciso.

Una mano afferra la maniglia con violenza.

La porta si spalanca e sbatte contro il muro.

«Richard? Si può sapere cosa stai facendo da tutto questo tempo? Sono le tredici, dobbiamo andare a pranzo. Abbiamo il tavolo prenotato tra dieci minuti e tu devi ancora chiamare il taxi.»

È una donna bellissima, altissima, bionda.

Minigonna attillata, décolleté vertiginose, una camicia bianca stretta in vita.

Non ho mai visto una donna così in vita mia.

Sembra uscita dalla copertina di una rivista.

E di colpo mi sento piccola.

Io, con il mio vestito stretto dalla sarta, la piega già sfatta e il tacco graffiato dal tombino.

Lui si stacca da me di scatto, con il biglietto ancora tra le dita.

«Sì, certo, amore. Arrivo.

Stavo facendo i colloqui per la nuova manager. Scusami se ho fatto tardi.»

Amore.

Quella parola mi arriva addosso come uno schiaffo.

Le farfalle nello stomaco muoiono tutte insieme.

Che stupida, che stupida sono stata.

«Mh. Va bene, ti perdono» risponde la bionda, appoggiandosi allo stipite della porta. «Ma sbrigati. Ti aspetto qui.»

Lui allunga la mano verso di me.

Stringe il biglietto tra le dita e lo lascia cadere sulle mie gambe.

«Ci vediamo domani, Michelle.»

Lo guardo senza capire.

«Ma come, domani? Sono… sono stata assunta?

E le altre ragazze che aspettano per il colloquio?»

Lui si china appena verso di me.

«Parli sempre troppo» sussurra.

Poi si raddrizza, si sistema la giacca e va verso la porta.

«A domani. Non fare tardi.»

E se ne va con lei.

· · ·

Resto sola nell'ufficio, con il cuore che batte ancora all'impazzata.

Prendo il biglietto dalle mie gambe. È piegato in due.

Pensavo fosse un biglietto da visita dell'azienda, non so… qualcosa che dimostrasse che ce l'ho fatta, da mostrare in segreteria.

Ma i biglietti da visita non si piegano.

E non si lasciano cadere sulle gambe di una sconosciuta, mentre la tua donna ti aspetta sulla porta.

Controluce si vede qualcosa, scritto a mano.

Lo stringo tra le dita.

Il cuore mi batte in gola.

Cosa mi hai scritto, Richard Visconti?

Parte 5
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